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FORMAZIONE IN AZIENDA, ECCO COME CAMBIA.

Intervista a Romana Monduzzi, formatrice aziendale e associata a 4industry.

Anni di esperienza in formazione aziendale, un passaggio generazionale alle spalle, ma soprattutto la passione per la gestione del team in azienda. Con un solo obiettivo: aggregare e fare squadra. Romana Monduzzi, formatrice aziendale e associata a 4industry, parla dell’attività di formazione e gestione delle risorse umane all’interno di un’impresa ai tempi della quarta rivoluzione industriale.

Monduzzi, anche la gestione delle risorse umane sviluppa nuovi metodi per stare al passo con i tempi che cambiano.

«La formazione in azienda cambia metodo perché cambiano le persone e i loro problemi, sempre più legati alle emozioni. Rispetto agli anni del dopoguerra, oggi esistono più difficoltà nell’accettare un cambiamento che non viene percepito come un “cambiamento del benessere”, come invece fu quando la rivoluzione agricola-artiginale-commerciale divenne un sistema industriale moderno caratterizzato dall’impiego delle macchine. Fino a dieci anni fa, le criticità in azienda erano dovute ai sistemi organizzativi, alla mancanza di tecnologia, alla mancanza della comodità dettata dagli stabili obsoleti. Ora la società è immersa in un benessere tecnologico e rischia di perdersi e di perdere i valori, mettendo a rischio l’equilibrio psicofisico. La società corre alla velocità del web e le persone non hanno più il tempo di fermarsi a riflettere, ascoltare, approfondire, perché non c’è più tempo. In questo contesto, si perde di vista la propria identità, si cerca di ottimizzare il tempo, e le responsabilità spingono sempre più sul nostro essere».

In che modo il cambiamento sociale si riflette sul personale di un’azienda?

«Sicuramente si riflette sul concetto di responsabilità. Tutti sappiamo cosa significa avere delle responsabilità, ma non tutti sanno che il concetto di responsabilità è cambiato insieme con l’evoluzione della società. Se prima si definiva responsabilità l’abilità nel dare una risposta, ora il concetto di responsabilità richiama la velocità con la quale si risponde a una determinata situazione. L’organizzazione in azienda va alla velocità del web e bisogna diventare bravissimi a scegliere le priorità tra le tante opportunità che continuamente piombano sul tavolo di dirigenti e imprenditori. La mancata velocità, la mancata capacità di scegliere le priorità imparando a dire ‘no’ alle situazioni portano ansia nelle persone.

Qual è il segreto per non farsi stravolgere dagli eventi, gestendo al meglio le emozioni?

«La capacità di gestire le emozioni risiede nell’“immagine dell’io” e nella comunicazione. Prima di tutto metterei in evidenza cosa vuol dire gestire le emozioni. Nella credenza comune prevale il concetto che ciò significhi non arrabbiarsi, non essere tristi, non avere paura. Ma questo atteggiamento nuoce all’equilibrio dell’essere umano perché nasconde le emozioni, ignorandole. Le emozioni vanno riconosciute, comunicate e, di conseguenza, gestite, incanalando la potenza di quell’energia verso un obiettivo. In un mondo dove, per natura del suo cambiamento, viene a mancare la sicurezza sia economica che umana, l’uomo tende sempre più a controllare il suo operato e quello degli altri, ma questa è l’unica cosa che non si dovrebbe fare. La supervisione di ciò che si fa è positiva ed è indispensabile, tuttavia il controllo può portare a distruggere la giusta scelta delle priorità».

Che cosa s’intende per prendere consapevolezza “dell’immagine dell’io”?

«Anche se non ce ne rendiamo conto, ognuno di noi porta con sé una sorta di fotografia o ritratto di se stesso. Quell’immagine che noi abbiamo di noi stessi, ovvero “il genere di persona che siamo”, è il risultato di ciò che crediamo di noi stessi. In poche parole, noi agiamo come il genere di persona che crediamo di essere e comunichiamo in base a questa consapevolezza. Se una persona si sente molto più brava del resto di una squadra, il suo atteggiamento sarà presuntuoso, mentre se una persona si sente insicura, il suo operato non sarà definito. E se in un cambio di ruolo non viene fatto il giusto passaggio, la persona continuerà ad operare con il vecchio paradigma e creerà confusione e malumore nella squadra».

In questo contesto, assume un ruolo importante la formazione in azienda. Quale è il metodo da lei adottato?

«Il metodo “ROMYFARM” è un laboratorio che si sviluppa in una serie di incontri: da un minimo di 5 a un massimo di 10. Come spiega l’etimologia della parola “laboratorio”, il concetto deriva dal latino laboratoriom, “lavorabile”. Durante questi incontri si apprende e si fa esperienza per imparare a creare una squadra e gestire al meglio le persone che la compongono».

Quali sono i vantaggi di questo metodo rispetto ad altri?

«Si tratta di un metodo efficace per chi lo sperimenta, in quanto aiuta la persona ad aumentare la propria autostima, ed efficiente perché l’esperienza che le persone faranno negli incontri svilupperà un atteggiamento tale da aiutarle ad ottimizzare il tempo. Inoltre è un metodo veloce da apprendere e ognuno può personalizzarlo in base alle proprie esigenze; è un metodo semplice nella sua comprensione e non invasivo a livello psicologico perché si basa sulla comprensione e nel vedere le cose da una prospettiva diversa. Inoltre, questo metodo toglie le persone dalla confusione mentale dovuta da un carico di mansioni; durante gli incontri si impara a scegliere le priorità; si impara a dire di no; si riesce a comprendere come passare da un ruolo all’altro aumentando la responsabilità richiesta dal nuovo ruolo mettendo in pratica la tecnica acquisita in pochi mesi. In sintesi, ritengo che questo metodo sia molto efficace per il passaggio del know how e durante il percorso di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro».